Chiudono i punti nascita. O forse no.

Scritto da: il 10.10.11
Articolo scritto da . Ignazio Del Campo, laureato Bocconi, Master in Economia e Management delle aziende sanitarie. Lavoro in una azienda ospedaliera siciliana come dirigente amministrativo; mi occupo del sistema di gestione dei flussi documentali, del sistema di contabilità analitica, dei sistemi di programmazione e monitoraggio degli acquisti.

Una delle aree in cui si è concentrata l’attenzione della riforma del sistema sanitario è quella materno-infantile. Anche la regione Sicilia ha intenzione di intervenire in questa area attraverso la costruzione di percorsi integrati tra ospedali e territorio per le mamme e per le neo mamme. Pochi giorni, infatti, fa è stato firmato dall’Assessorato Regionale alla Salute il decreto  con cui si dispone la chiusura di 23 su 70 punti nascita presenti sul territorio regionale che non hanno raggiunto la “quota” di 500 parti. Tale criterio non è stato utilizzato senza prevedere alcune eccezioni – dato che rimangono aperti l’ospedale di Bronte, l’ospedale di Mussomeli, il punto nascita di Nicosia, l’ospedale di Santo Stefano di Quisquina e l’ospedale di Corleone – ma nonostante tutto sono state tante e vibranti le proteste degli utenti e di diversi esponenti della politica regionale.

Il risultato delle proteste rivolte al blocco della chiusura di altri centri ritenuti indispensabili per le caratteristiche del territorio servito è stato la sospensione della pubblicazione del decreto ed il rinvio del testo del provvedimento alla competente Commissione Sanità in seno all’ARS. Soluzione salomonica per cercare di introdurre correttivi, ma forse anche un tentativo per mantenere alcune abitudini dell’utenza che ha una forte resistenza al cambiamento.

L’Accordo Stato Regioni ed il Piano Sanitario 2010-2012

Per quanto riguarda il caso specifico della Regione Sicilia credo che il vero problema non sia individuare un parametro (500 parti, numero minimo di ostetriche, dotazione tecnologica) da cui partire per attuare una razionalizzazione anche perchè già nell’Accordo sancito dalla Conferenza Stato Regioni il quadro normativo di riferimento è abbastanza chiaro. Proprio questo accordo interviene in attuazione del Piano Sanitario 2010-2012 e contiene le “Linee di indirizzo per la promozione ed il miglioramento della qualità, della sicurezza e dell’appropriatezza degli interventi assistenziali nel percorso nascita e per la riduzione del taglio cesareo” che al punto 1 prevedono la razionalizzazione/riduzione progressiva dei punti nascita con numero di parti inferiore a 1000/anno, con l’abbinamento per pari complessità di attività delle U.U.O.O. ostetrico-ginecologiche con quelle neonatologiche/pediatriche, riconducendo a due i precedenti tre livelli assistenziali.

Ancora più chiaro è il contenuto di riforma del sistema sanitario, almeno sul piano nazionale, nell’area materno infantile se si leggono gli allegati con i requisiti strutturali, organizzativi e tecnologici richiesti ai punti nascita che evidenzierebbe come non necessarie molte strutture prive dei richiamati requisiti e la cui esistenza ed il relativo miglioramento o adeguamento ai parametri organizzativi, tecnologici e strutturali comporterebbe un costo per il Servizio Sanitario non correlato ad un miglioramento della qualità delle prestazioni e alla riduzione del rischio clinico. Inoltre tale logica di inefficiente distribuzione della capacità produttiva e dell’offerta sanitaria non è coerente con la strategia di contenimento dei costi della sanità che è stata avviata a partire dal 2007. Il provvedimento regionale mi sembra, quindi, solo il primo passo del percorso di rimodulazione delle rete materno infatile che dovrà entro il 2012 adeguare i punti nascita regionali ai parametri previsti a livello nazionale.

Ma allora va tutto bene? Perchè tanto scalpore?

No non va tutto bene. Sicuramente è necessario scindere le strumentalizzazioni dagli elementi di merito e in una regione come la Sicilia non può essere sottovalutata la dinamica territoriale, la difficoltà e/o l’assenza di collegamenti rapidi ed efficienti in caso di emergenze quali il parto. Credo, infatti, che sia opportuno affrontare il problema della rimodulazione delle rete realizzando prima le azioni di sostituzione concentrazione e rafforzamento dell’offerta in alcuni punti di riferimento e strategici così da valutare le capacità di assorbimento dei centri e gli effetti sulla qualità delle prestazioni e poi provvedere alla chiusura di ciò che non serve più. In fondo sei mesi in più che consentano la progressiva chiusura ed il graduale spostamento di asset, del personale e per fare abituare l’utenza non manderanno in rovina le casse della regione.

Credo, inoltre, che possa fornire un importante contributo l’avvio di un dialogo tra Regione, Enti Locali e Territoriali così da condividere un approccio integrato e coordinato tra i diversi Assessorati (Lavori pubblici, Trasporti, Sanità e Famiglia) per lo sviluppo di progetti di ammodernamento e costruzione, ove necessario, di una rete viaria che sia essa stessa capace di contribuire al miglioramento della tempestività delle prestazioni sanitarie.

carlo lo re Violetta Lima Luciana Cameli Livia Di Pasquale Leandro Perrotta Ignazio Del Campo Fabiola Foti Alessandro Puglisi
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