Le rimanenze di magazzino

Scritto da: il 15.09.09
Articolo scritto da . Ignazio Del Campo, laureato Bocconi, Master in Economia e Management delle aziende sanitarie. Lavoro in una azienda ospedaliera siciliana come dirigente amministrativo; mi occupo del sistema di gestione dei flussi documentali, del sistema di contabilità analitica, dei sistemi di programmazione e monitoraggio degli acquisti.

Rimanenze di magazzinoIn determinati periodi dell’anno è facile vedere appesi alle vetrine dei negozi chiusi, la dicitura “chiuso per inventario”.  La conta fisica dei beni presenti in magazzino è una operazione lunga ed articolata, ma permette di capire con precisione cosa è ancora fermo in azienda e come programmare gli acquisti e la logistica nei mesi successivi.

Cosa significa rimanenze?

Da un punto di vista strettamente contabile le rimanenze sono una voce dello Stato Patrimoniale e precisamente dell’attivo circolante variamente declinato in rimanenze di materie prime, di semilavorati o di prodotti finiti. La variazione delle rimanenze incide invece sulla A2 o B2 del Conto Economico (valore o costo della produzione se si ha variazione positivia o negativa). Il valore delle rimanenze si ottiene dalla moltiplicazione delle quantità fisiche rilevate al momento dell’inventariazione per il valore unitario assegnato dal criterio di valutazione delle rimanenze scelto dall’Azienda.

Da un punto di vista economico rappresentano una grandezza di tipo “stock” , quindi, una riserva di fattori e condizioni produttive che verranno assorbite dalle combinazioni economiche1 dell’impresa secondo le necessità.

Entrambe le definizioni concordano che è necessario assegnare un valore alle rimanenze che sia fedele alla rappresentazione delle consistenze del magazzino fisico e coerente con l’andamento del mercato. E’ necessario ricordare che, sebbene inserite nell’attivo circolante, le rimanenze rappresentano delle condizioni di produzione semi-liquide, e il cui costo di acquisizione incide sulla liquidità immediata dell’azienda in due modi: riduce le disponibilità liquide immobilizzando risorse in beni tangibili, riduce la liquidità incrementando i debiti verso i fornitori.

Le tecniche di inventariazione

Per procedere all’identificazione quantitativa delle giacenze ed alla successiva valorizzazione si ricorre alle procedure inventariali. Un inventario consta della fase di ricognizione (ricerca materiale dei beni da inventariare), della descrizione (analisi delle qualità e delle caratteristiche dei beni) e della classificazione (raggruppamento in gruppi omogenei).

L’inventario consente, quindi, di localizzare i beni, di descriverli negli aspetti qualitativi e di classificarli per natura o destinazione, ma richiede un considerevole impegno organizzativo. E’ evidente che l’inventario di derivazione contabile risenta di inevitabili approssimazioni rendendo necessarie verifiche e scritture di assestamento volte ad individuare gli errori, gli sfridi e tutte quelle altre correzioni che conducono alla quadratura con la giacenza fisica.

La complessità delle verifiche sopra citate suggerisce di effettuare durante l’esercizio degli inventari periodici così da di ridurre la variabilità da gestire ed evitare di congestionare l’attività in chiusura dell’esercizio (recupero di 12 mesi di dati e di possibili errori).

I criteri di valutazione

L’art. 2426 n. 9 specifica che “le rimanenze, i titoli e le attività finanziarie che non costituiscono immobilizzazioni sono iscritti al costo di acquisto o di produzione o al valore di realizzo desumibile dall’andamento del mercato, se minore”.

Per costo di acquisto si intende la sommatoria tra il prezzo effettivo dei prodotti o delle materie prime acquisite e il valore degli oneri accessori (spese di trasporto, doganali e simili da cui devono essere sottratti eventuali sconti e abbuoni). Nel computo del costo di acquisto non vanno mai considerati gli oneri finanziari che possono essere stati pagati a seguito di una dilazione di pagamento o di un finanziamento specifico. Tale criterio di valutazione è associato per lo più alle materie prime.

Per ottenere il costo di produzione si aggiungono al costo di acquisto, o meglio al valore delle materie prime assorbite dal singolo prodotto o semi lavorato nel processo di produzione, i costi industriali e di trasformazione che siano di competenza del periodo e ragionevolmente associabili ai prodotti. Non si considerano tra i costi di produzione le spese di distribuzione dei prodotti.

Per valore di realizzo intende il valore delle materie prime o dei prodotti finiti sul mercato. Per il principio di verità e correttezza del bilancio non devono essere rinviati ad un futuro esercizio dei costi che non possono essere recuperati con i correlati a ricavi.

Il metodo di calcolo

Il Codice Civile (art. 2426) individua quattro metodi di calcolo e precisamente:

  • Il costo medio ponderato: è una media ponderata dei singoli prezzi di acquisto e delle relative quantità per prodotti omogenei. Permette di neutralizzare gli effetti di un andamento del mercato altalenante durante l’anno restituendo un valore più “stabile” e standardizzato
  • Il Fifo: acronimo di “first in first out” assume che siano consumate per prime le materie prime che sono state acquistate per prime. Le rimanenze sono i beni acquisiti per ultimi ed ancora disponibili presso il magazzino al prezzo medio ponderato.
  • Il Lifo: acronimo di “last in first out” assume che siano consumate per prime le ultime risorse acquisite lasciando in magazzino le più vecchie.
  • Il costo specifico: metodo identifica i singoli beni acquistati ed i relativi costi, assegnando un valore univoco ad ogni unità componente il magazzino. Di difficile utilizzo anche perchè richiede che i beni acquisiti sino tra loro non fungibili e sempre specificamente identificabili.

A seguito dell’entrata in vigore a partire dal 1 gennaio 2005 dei nuovi principi contabili internazioni il metodo Lifo non può più essere accettato.

I riferimenti per gli approfondimenti sono il principio contabile nazionale n°13 e lo IAS n°2.

Quando le rimanenze diventano un problema?

In alcuni casi le rimanenze aiutano a “salvare” il bilancio, dato che permettono di rinviare dei costi ad esercizi futuri, ma un incremento o un consistente valore economico non può essere considerato sempre positivamente. Al fine di chiarire il ruolo e il peso sulla gestione un primo parametro può essere desunto dal valore relativo. Rapportando, infatti, il valore degli acquisti totali al valore delle rimanenze finali si evidenzia se c’è un accumulo patologico e non strategico di risorse immobilizzate. Un ulteriore valido contributo informativo si può desumere dal confronto tra l’indice di liquidità (“Liquidità immediate e differite” / “Passivo correnti”) e l’indice secco di liquidità (“liquidità immediate” / “Passività correnti”). Infine è utile effettuare una analisi dell’indice di rotazione del magazzino che indica la velocità con cui si rinnovano le materie prime nel magazzino.

  1. Le combinazioni economiche sono, nella teoria dell’economia aziendale, tutte le attività e le operazioni svolte dalle persone che compongono il personale di una azienda []
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