Credit crunch e deleveraging

Scritto da: il 04.10.11
Articolo scritto da . Ignazio Del Campo, laureato Bocconi, Master in Economia e Management delle aziende sanitarie. Lavoro in una azienda ospedaliera siciliana come dirigente amministrativo; mi occupo del sistema di gestione dei flussi documentali, del sistema di contabilità analitica, dei sistemi di programmazione e monitoraggio degli acquisti.

Quando i mercati vengono investiti da una crisi, dato che spesso si è tentato di ignorare i segni premonitori, si cercano con costanza e abnegazione i segni della fine, i segni della rinascita. La crisi attuale ha avuto inizio con il crollo di Lehman Brothers e con un onda lunga ormai quasi tre anni ha eroso i margini di redditività e capitalizzazione prima delle società quotate ed oggi investe pesantemente anche le banche di tutto il mondo nelle cui pance cominciano a diventare di difficilissima gestione e sopportazione investimenti più o meno tossici.

Lo stato della crisi

L’economia mondiale sta attraversando una crisi finanziaria, cioè una crisi in cui la domanda di capitali, di denaro e di liquidità esubera l’offerta da parte delle banche e degli investitori. Questa tipologia di crisi è a mio avviso la più complessa da affrontare e gestire in quanto incide direttamente sulla fiducia dei consumatori sia in termini di consumo sia in termini di capacità/volontà di avviare nuove attività imprenditoriali. La ridotta redditività delle imprese influisce negativamente sulla capacità rifondere puntualmente i crediti ricevuti e di conseguenza sulla fiducia degli stakeholder che percepiscono un maggiore livello di rischio in riferimento ai capitali già prestati. Questi stakeholder sono sia i mercati finanziari- dove nei casi più eclatanti si verifica una fuga verso la vendita del titolo azionario – sia i mercati del credito e precisamente le banche che reagiscono all’incremento del rischio con un irrigidimento delle condizioni di erogazione di nuovo credito e con la modifica della struttura degli asset attraverso la dismissione/svalutazione delle posizioni più rischiose.

Cosa fanno effettivamente le banche? Il deleveraging

Premesso che ancora non si può parlare di un vero e proprio credit crunch, anche se già dal 2007 a seguito dell’esplosione della crisi sui subprime si è verificato un primo irrigimento delle modalità di valutazione dei futuri debitori ed un incremento del costo di reperimento dei capitali da parte delle imprese e delle famiglie, l’azione di molti istituti bancari anche in funzione dei nuovi parametri previsti da Basilea 3 si è rivolta verso una ricapitalizzazione inversa meglio conosciuta come deleveraging. La strategia di delveraging può essere realizzata sia attraverso un aumento di capitale che controbilanci il livello dei debiti, sia attraverso la riduzione del volume complessivo del capitale dato a prestito. Proprio la seconda ipotesi è quella che stanno cercando di realizzare le banche che mirano a rafforzare la struttura dell’attivo (crediti) attraverso la vendita o la dismissione delle partecipazioni a più elevato rischio ed incrementando quindi il volume del “Tier 1″ o “Pillar 1″.

Il rischio per le banche europee, vista la loro storia e le strategie tendenzialmente più prudenti rispetto alle banche statunitensi, è ad oggi ad un livello ancora accettabile, ma la costante svalutazione di asset quali le partecipazioni in borsa, il declassamento dei debiti sovrani e la debolezza della crescita economica richiedono comunque incisivi interventi anche in anticipazione di Basilea 3.

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